Da via Manzoni vedo Bagnoli

Fotografia di Michele Di Gerio

Dopo Via Petrarca giungo in Via Manzoni e la percorro a piedi procedendo in discesa verso il mare. Cammino sul marciapiede e volto lo sguardo a destra. In fondo riconosco il quartiere di Fuorigrotta: un’accozzaglia di abitazioni di ogni forma e dimensione, con stradoni quasi sempre rettilinei. Fuorigrotta è un quartiere spento, privo di anima. Diventa vitale nel corso dei ludi calcistici napoletani.

I pini costeggiano Via Manzoni e le loro radici hanno deformato la strada: ci sono fosse, sparse qua e là, che costringono gli autisti a pericolosi slalom. Le auto, nonostante le insidie del manto stradale, corrono e si rincorrono senza alcun timore.

Anche i marciapiedi sono deformati con vistose spaccature. Mentre faccio qualche foto, cerco di non inciampare. Alcuni pini sono stati tagliati per limitare i danni provocati dalle loro radici. È rimasta soltanto la parte inferiore del tronco. Pezzi di marmo, che delimitavano le aiuole intorno ai tronchi, sono sparsi per terra.

Continuo a camminare con lo sguardo in direzione delle ultime case di Fuorigrotta. Mi accorgo che inizia la pianura del territorio di Bagnoli, quella che un tempo era occupata da strutture industriali.

Mi fermo, poggiandomi sul muretto. Quasi sotto di me, in fondo alla scarpata, ci sono degli alberi da frutto e qualche costruzione.

Noto che la pianura è vasta. Il terreno sembra bruciato e privo di colori vivaci. Che brutto posto! Vi sono sparsi i macabri resti di strutture industriali. Sono stati abbandonati. Nessuno li ha mai rimossi. Il tempo, implacabile, ha trasformato le loro forme originali.

La mia attenzione viene colpita da una costruzione molto grande. Ha il colore della ruggine. Sembra un’opera naif. Non riesco a descrivere la sua forma. La tettoia è simile a quella delle case di montagna. Si tratta probabilmente di un capannone costruito col ferro. Non so per cosa era utilizzato. Mi ricorda il relitto del Titanic, adagiato sul fondo dell’Atlantico.    

Muovendo gli occhi, vedo un’altra costruzione di grandi dimensioni. La sua forma è allungata. Si trova in prossimità della strada che da Bagnoli porta a Fuorigrotta. Mi ricorda la forma di un capannone. È in cemento. Le ingiurie del tempo l’hanno trasformata. Somiglia ad un grande edificio distrutto da un bombardamento aereo.

Dentro e intorno alle costruzioni, immagino tanti operai muoversi freneticamente. I loro movimenti, dettati dai tempi di produzione della fabbrica, erano diventati meccanici e non venivano più gestiti dalle loro menti. Chissà, forse avrebbero voluto lasciare quel lavoro usurante che gli ‘schiacciava’ il cervello!

Si distinguono altri resti industriali. Tra questi, alcuni, sono uguali alle colonne, ma, non sono colonne, dovrebbero essere ciminiere. Senza sosta, hanno emesso fumo, testimoniando l’attività continua della fabbrica. Da ragazzino mi insegnarono che le ciminiere erano il simbolo del progresso. Adesso, invece, queste ciminiere, che guardo con attenzione, rappresentano un passato ormai lontano nonchè il degrado del territorio.

Continuando ad osservare da Via Manzoni, vedo, alla mia sinistra, il mare e Nisida. La piccola isola di Nisida dista qualche centinaio di metri dalla terraferma. Per gran parte è coperta dalla vegetazione.

A Nisida ci sono poche costruzioni. Tra di esse vi è un carcere minorile. Ne ho sempre sentito parlare. È un carcere che “ha preso a cuore” il destino di tanti giovani. A tal riguardo mi permetto di fare una considerazione: «La reclusione, per i giovani e per gli adulti, deve rappresentare soltanto una ‘lunga riflessione’ necessaria per un reinserimento indolore e naturale nella società».

Di fronte a me, in fondo, vedo le abitazioni del quartiere di Bagnoli. Sono strutture dalle forme più disparate e di diverso colore.

Bagnoli ha legato il suo nome alla classe operaia e i piccoli stabilimenti termali di epoca romana, balneolis, presenti sul territorio, diedero il nome a questo luogo. Prossima a Bagnoli c’era l’antica Puteoli.

Provo ad immaginare come si presentava la pianura che ho sotto di me prima della cosiddetta industrializzazione. Era coperta dal verde di alberi e cespugli, habitat naturale di volatili ed altri animali della fauna mediterranea. Il verde confinava con l’azzurro del mare. Adesso le acque sono intossicate e impoverite di chissà quante specie acquatiche. Gli agenti inquinanti presenti in quelle acque sono tanti. Mi hanno detto che è stata evidenziata la presenza di metalli pesanti come il cadmio, il mercurio, il piombo e lo zinco. Mentre continuo a vagheggiare con gli occhi sulla veduta, un pullman si ferma vicino a me. È pieno di turisti che, urlando e ridendo, scendono subito. Parlano e scherzano fra di loro. La guida descrive il panorama che hanno davanti. Molti turisti fanno foto. Non vengono attratti soltanto da Nisida o dal mare ma anche dagli spettrali resti industriali.

Michele Di Gerio